DAIWA ON THE ROAD - Alle Canarie con @team_spin


Preparare un viaggio di pesca alle Canarie: tra famiglia, attrezzatura e sogni oceanici.
(reading time: 6-7 min)

 

Ci sono viaggi che nascono per staccare la spina e altri che, invece, partono da un’idea ben precisa. Nel mio caso, la recente esperienza a Gran Canaria è stata un perfetto equilibrio tra entrambe le cose: una vacanza di famiglia, come piace a me, ma con uno sguardo sempre rivolto all’oceano e a tutto quello che può regalare a un pescatore.

Da tempo avevo in testa le Isole Canarie. Non solo per il clima, non solo per i paesaggi vulcanici così diversi da quelli a cui siamo abituati, ma soprattutto per ciò che rappresentano per chi pratica lo spinning in mare. Basta scorrere qualche foto o video online per rendersene conto: catture importanti, pesci combattivi, ambienti estremi. Insomma, un contesto che, visto da lontano, sembra il paradiso.

E forse, almeno sulla carta, lo è davvero.

 

Le Canarie: un sogno per lo spinning in mare

Le Canarie sono isole vulcaniche immerse nell’Oceano Atlantico. Questo significa fondali profondi, acqua in continuo movimento, correnti, vento e una biodiversità marina davvero interessante.

Quando si pensa a queste acque, vengono subito in mente alcune specie iconiche: grosse palamite, pesci serra di taglia, barracuda aggressivi ed infine le coloratissime lampughe. Ma non è tutto. Il bello di questo ambiente è proprio la varietà: tra una sessione e l’altra si possono incontrare anche pesci di fondale come cernie, pagri dai colori incredibili e tante altre specie che rendono ogni lancio una sorpresa. E non mi soffermo sui carangi locali.

Per chi non ha mai pescato in un contesto simile, è facile farsi un’idea quasi “romantica”: forti correnti, schiuma sotto i piedi, pesci ovunque e strike a ripetizione. La realtà, come sempre, è un po’ più complessa. Ed è proprio per questo che la preparazione fa la differenza.

L’importanza di avere i giusti riferimenti

Per organizzare al meglio il viaggio, soprattutto dal punto di vista della pesca, ho deciso di non improvvisare.

Mi sono affidato ai consigli di un amico e pescatore che vive lì: Fra, noto a molti come “@_lord.fish_”. Avere un riferimento diretto sul posto è un vantaggio enorme, perché ti permette di evitare errori banali e di partire con una visione molto più realistica di quello che troverai.

Ho iniziato studiando tutto il materiale che ha condiviso sul suo blog, cercando di farmi un’idea delle condizioni, degli spot, delle tecniche più efficaci. Poi ci siamo sentiti diverse volte: confronti pratici, dubbi sull’attrezzatura, ragionamenti sulle condizioni meteo e marine.

L’obiettivo era uno solo: arrivare preparato. Almeno sulla carta.

La sfida principale: conciliare famiglia e pesca

Chi viaggia con la famiglia lo sa bene: lo spazio è limitato, i tempi sono diversi e le priorità non sono solo le nostre.

Nel mio caso, questo viaggio aveva un significato ancora più speciale perché con noi c’era anche il piccolo Baby G, che a soli 9 mesi ha messo per la prima volta i piedi nell’oceano. Un momento che da solo vale il viaggio.

Ma proprio per questo motivo, ogni scelta doveva essere ponderata: cosa portare, quanto spazio occupare, come organizzare le giornate senza stravolgere gli equilibri familiari.

E qui entra in gioco un concetto per me fondamentale: la versatilità.

La scelta delle canne travel: una strategia vincente

Da anni, quando organizzo viaggi di famiglia-pesca, punto sempre sulle canne travel. Non è solo una questione di comodità, ma una vera e propria strategia. Riuscendo a far stare tutto in valigia e senza l’ulteriore tubo da imbarcare il viaggio risulta più comodo.

Le canne da viaggio di ultima generazione permettono oggi di affrontare praticamente qualsiasi situazione, senza dover rinunciare a prestazioni e affidabilità. Che si tratti di destinazioni tropicali o di scenari nordici, la gamma Daiwa disponibile è talmente ampia da coprire ogni esigenza.

In passato avevo già avuto modo di apprezzare questa filosofia con attrezzi come la Ninja EVO travel, ma per questa avventura ho deciso di fare un passo avanti, sfruttando anche i nuovi aggiornamenti del catalogo.

Dopo vari ragionamenti e confronti col buon Fra, ho deciso di partire con due setup principali, pensati per coprire il maggior numero possibile di condizioni.

Combo “pesante” – per le situazioni più impegnative

La prima scelta è stata una combo decisamente tosta:

Un setup pensato per affrontare pesci importanti e condizioni difficili: vento, onde, necessità di lanciare lontano e gestire esche più voluminose. In un contesto oceanico, avere un’attrezzatura del genere non è un lusso, ma spesso una necessità.

Combo “media” – per versatilità e gestione

La seconda combo era dedicata a uno spinning più leggero ma comunque efficace:

Questa configurazione mi avrebbe permesso di lavorare meglio in condizioni più “tranquille”, gestire esche più piccole e avere un approccio più tecnico e sensibile se necessario.

L’idea di base era semplice: coprire un ampio range e avere la flessibilità per adattarmi a quello che l’oceano avrebbe deciso di offrire.

Il rimpianto (inevitabile) della combo light

Se devo trovare un piccolo rimpianto nella preparazione, è quello di non aver portato una terza combo ultra leggera, intorno ai 20 grammi.

Sarebbe stata perfetta per sessioni veloci, magari durante una passeggiata o nei momenti più “family friendly”, quando il tempo a disposizione è poco ma la voglia di fare due lanci non manca mai.

Ma, come spesso accade, bisogna fare i conti con lo spazio in valigia. E quando si viaggia in famiglia – soprattutto con un bambino piccolo – ogni grammo conta.

La scelta delle esche: distanza, profondità e adattabilità

Se l’attrezzatura è fondamentale, la selezione delle esche lo è altrettanto. Anche qui ho cercato di costruire un set il più possibile versatile, capace di adattarsi a diverse condizioni e strati d’acqua.

Oltre una vasta gamma di metaljig con grammature da 60 a 100gr per la combo pesante, ho portato anche una plano dedicata alle hardbait da usare con la combo media. Il catalogo Daiwa, da questo punto di vista, offre ormai soluzioni molto utili per lo spinning in mare.

Ho portato con me diverse varianti dello Shoreline Shiner-Z Vertice (140, 125 e 98), sia in versione floating che sinking. Esca affidabile e adatta a tante situazioni, utile sui “predatori maggiori” come per quelli “minori”, penso ad esempio alle aguglie che alle Canarie raggiungono dimensioni "da paura". Una caratteristica che mi fa impazzire dello Shoreline Shiner-Z Vertice è il sistema Mag-lock che consente al pistoncino interno di muoversi correttamente in fase di lancio permettendo a questo jerk di raggiungere distanze che con altri jerk in commercio non sarebbe possibile.

Per lavorare su più strati d’acqua, ho scelto alcune stickbait affondanti anche queste con tecnologia Laser Impact, come il Drift Flicker (80, 95 e 120) e l’Overdrive (90 e 110). Queste esche hanno un grande vantaggio: permettono di raggiungere distanze importanti e di esplorare rapidamente diversi strati d’acqua, cosa fondamentale in un ambiente vasto e spesso poco “leggibile” come quello oceanico.

Colori: naturale vs acceso

Non ho fatto scelte estreme, ma usando il buon senso ho cercato un equilibrio tra:

  • colorazioni naturali, per condizioni di acqua limpida e pesce sospettoso o per quando volevo una presentazione molto imitativa rispetto al pesce foraggio;
  • colorazioni accese, utili in condizioni di scarsa visibilità, prime luci dell’alba o per farmi notare in mezzo alla schiuma che si crea a ridosso delle scogliere di roccia lavica.

Le esche “mancanti”

Tra le esche che mi sarebbe piaciuto provare, ma tra le esche che mi sarebbe piaciuto provare ci sarebbero stati bene anche il Saltiga Cuddler 160 (stickbait floating) e il Saltiga Frother 170 (popper). Strumenti interessanti che, nonostante il volume in un contesto come quello delle Canarie, avrebbero sicuramente avuto il loro perché soprattutto alla ricerca del serra.

Abbigliamento tecnico: pescare comodi fa la differenza

C’è un aspetto che spesso viene sottovalutato quando si prepara un viaggio di pesca, ma che in realtà può fare la differenza tra una sessione piacevole e una estremamente faticosa: l’abbigliamento tecnico.

Vale per i paesi freddi, dove la protezione dal freddo è fondamentale, ma vale allo stesso modo – e forse ancora di più – per le destinazioni calde.

Le Canarie, ad esempio, per la loro latitudine offrono un clima generalmente mite, ma non bisogna lasciarsi ingannare. Il contesto è oceanico: il vento è spesso presente, l’esposizione ai raggi solari è molto intensa e non è affatto raro imbattersi in cambi improvvisi del meteo, con piogge anche sostenute.

In uno scenario del genere, scegliere i capi giusti significa potersi concentrare sulla pesca, senza distrazioni.

Per questo viaggio ho costruito un setup semplice ma estremamente funzionale:

  • Maglie tecniche UV: fondamentali per proteggersi dal sole senza rinunciare alla traspirabilità. Permettono di pescare anche nelle ore più calde senza surriscaldarsi e senza esporsi troppo ai raggi diretti. Da anni uso la Daiwa Hex Jersey, il modello con cappuccio che offre il massimo della copertura anche in lunghe sessioni di pesca sulle rocce come in barca con un indice di protezione UPF50+.
  • Pantaloncini tecnici: ho optato per modelli leggeri e a rapida asciugatura. Tra onde, spruzzi e spostamenti sugli scogli, bagnarsi è praticamente inevitabile. Avere un capo che si asciuga in fretta cambia completamente il livello di comfort.
  • Calzari in neoprene: probabilmente uno degli elementi più importanti. Muoversi sugli scogli vulcanici richiede stabilità e sicurezza. Un buon paio di calzari protegge il piede, migliora l’aderenza e ti permette di affrontare gli spot con maggiore tranquillità.
  • Giacca a vento impermeabile: anche se si parte con il sole, averla nello zaino è una scelta intelligente. Il vento può aumentare rapidamente e una pioggia improvvisa può trasformare completamente la sessione.
  • Il trio indispensabile: occhiali da sole, cappellino e crema solare. Tre elementi spesso dati per scontati, ma in realtà fondamentali. Gli occhiali aiutano non solo a proteggere gli occhi, ma anche a leggere meglio l’acqua. Il cappellino riduce l’esposizione diretta, mentre la crema solare è semplicemente obbligatoria in un contesto così esposto.

L’obiettivo, alla fine, è uno solo: stare bene mentre si pesca. Perché quando sei a tuo agio, lucido e protetto, riesci a leggere meglio le situazioni, a muoverti con più sicurezza e, di conseguenza, a pescare anche meglio.

Preparazione mentale: l’aspetto meno visibile

Oltre all’attrezzatura, c’è un altro tipo di preparazione, meno tangibile ma altrettanto importante: quella mentale.

Pescare in oceano non è come pescare nel “nostro” mare. Le condizioni cambiano rapidamente, gli spot possono essere impegnativi e i risultati non sono mai garantiti.

Arrivare con aspettative troppo alte può essere controproducente. Meglio partire con curiosità, spirito di adattamento e la voglia di imparare.

Perché ogni viaggio, alla fine, è anche questo: un’occasione per crescere come pescatori.

Conclusioni: il viaggio inizia prima di partire

Quella che vi ho raccontato è solo la prima parte dell’esperienza: la preparazione.

Una fase fatta di studio, confronti, scelte e qualche compromesso. Una fase che, spesso, è già parte del viaggio stesso.

Perché è proprio lì che iniziano a prendere forma le aspettative, le strategie e anche i sogni.

 

Un articolo di:


Giorgio Callea
(@team_spin)

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Giorgio, siciliano di origini, classe 1989, è conosciuto nel mondo della pesca come @Team_Spin. Cresciuto con il mare nel cuore, fin da bambino sfogliava le pagine di Pesca in Mare, alimentando una passione destinata a diventare parte integrante della sua vita.

Oggi vive il mare in ogni stagione, tra scogliere e spot battuti dal vento, praticando principalmente spinning medio-pesante e shore jigging, senza però rinunciare al fascino delle pescate più leggere con piccoli metal jig. Grande appassionato di predatori pelagici, trova la sua massima espressione nella ricerca di tonni alletterati e palamite, simboli di una pesca dinamica e adrenalinica.

Da diversi anni è brand ambassador Daiwa, ruolo attraverso il quale contribuisce allo sviluppo di contenuti istituzionali e alla diffusione di conoscenze tecniche, affermandosi come un punto di riferimento per chi vive il mare con approccio consapevole e tecnico.

Oggi è anche un orgoglioso padre di Baby G, con il desiderio di trasmettergli, giorno dopo giorno, la stessa passione per il mare, le scogliere e quel senso autentico di libertà che solo la pesca sa regalare.